Editoriale

La paura del postmoderno

La società nel postmoderno è liquida, fluida, viscida e precaria: «Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida» Zygmunt Bauman Modernità liquida, 1999. Il filosofo e sociologo polacco è morto il 9 gennaio del 2017 e io ho avuto l’onore di partecipare a una delle sue ultime conferenze al teatro Verdi di Firenze nel 2016. Un uomo tutto d’un pezzo, innamoratissimo di sua moglie, poco amante dei convenevoli. È stato introdotto dallo speaker e non ha aspettato neanche che finissero gli applausi, ha iniziato a parlare e il fiume delle sue parole ci ha travolto tutti e lasciato a bocca aperta.

Tanti i temi toccati nel corso dell’incontro: la paura del futuro, la perdita dei valori, i social network che comandano le nostre vite, la paura di non essere notati e il bisogno di essere sempre visibili e rintracciabili.

La crisi dello Stato e della politica ha reso gli individui insicuri, spaventati e paralizzati dinanzi a un mondo che procede troppo veloce e trascina tutti e tutto in un vortice di ambiguità. Queste le parole del teorico della liquidità moderna, che ha individuato nel mondo contemporaneo una perdita progressiva di tutto ciò che i nostri avi con fatica avevano conquistato. L’individuo non è più produttore, ma soltanto consumatore e siamo diventati strumenti dei nostri strumenti, sguazziamo nel guano dell’omologazione e anche i sentimenti sono diventati una merce di scambio.

L’individuo contemporaneo ha bisogno di essere visto, vuole essere controllato e vuole mostrarsi e apparire sopra ogni cosa. Basti pensare che ogni volta che utilizziamo il cellulare o il computer per fare delle ricerche, queste vengono registrate e c’è sempre qualcuno che sa cosa stiamo facendo o dove ci troviamo. A noi però non importa nulla di questo controllo assoluto e autoritario: la malattia odierna infatti viene definita servitù volontaria, ossia il desiderio di essere notati a tutti i costi.

Il cogito ergo sum cartesiano oggi sarebbe più una sorta di appaio sullo schermo, dunque esisto. L’uomo ha il terrore di non essere visto o notato, pensiamo per un istante ai social network e al desiderio di catturare like anche da perfetti sconosciuti soltanto per avere la falsa speranza che la nostra vita sia invidiata, perfetta e felice.

Quando scriviamo qualcosa sui social o postiamo una nostra foto, non mancano mai sorrisi e frasi di euforico slancio vitale. Ma è davvero così? Dietro quella foto o a quel post forse si celano solitudine, insicurezza e bisogno di sentirsi accettati, più che une reale felicità: “Tutti noi viviamo simultaneamente in due mondi: online e offline. Il comfort datoci dall’universo online è inconcepibile nel mondo offline. Basta una passeggiata a svelare quanto il mondo reale sia lontano da quello artificiale creato da facebook. Il mondo offline è popolato da estranei che incontrate nella quotidianità. Il problema è confondere la vita su facebook con la vita vera e credere che il mondo online serva a risolvere la vostra paura di essere esclusi o abbandonati”.

Le caratteristiche peculiari della società liquida sono senza dubbio alcuno la velocità e il movimento. Una corsa infinita per cercare una gratificazione che però corre sempre più veloce di chi la insegue.

L’individualismo è fuori controllo, nasciamo soli e moriamo soli ma ormai ci siamo imposti anche di voler vivere soli. Tutto ciò che ci accade è colpa nostra, abbiamo una spada di Damocle che potrebbe calare sulle nostre teste da un momento all’altro. Se falliamo, se perdiamo il lavoro, se non riusciamo ad intrecciare relazioni durature, è colpa nostra. Ciò che ci viene insegnato è che il mondo è pieno di problemi e difficoltà che vanno affrontati da soli. Proviamo a fare un esempio di vita vissuta, quando ero in 3° ginnasio ero sempre più convinta di volermi iscrivere alla facoltà di filosofia. Una docente mi disse che era tempo perso, perché non si mangia con la filosofia e non serve a nulla studiare ciò che ci piace perché tanto alla fine il mondo moderno ha bisogno di altro. La riflessione non era neanche così sbagliata nelle intenzioni, perché avrebbe voluto che diventassi un economista o una brava infermiera magari. L’errore è stato fatto nei modi: i giovani non vanno demotivati o scoraggiati, ma incentivati ad affrontare il quotidiano e a seguire le nostre inclinazioni naturali.

Volete sapere come andò a finire poi con quella professoressa invadente? Le risposi, servendomi, da brava filosofa, di una citazione: “si può vivere senza musica, senza gioia, senza amore e senza filosofia. Ma mica tanto bene” (Vladimir Jankélévitch) e mi iscrissi a filosofia!

Come cerca di esorcizzare la paura l’individuo postmoderno? Consumando, acquistando, accumulando cose. Siamo prima di tutto consumatori e cerchiamo continuamente qualcosa di nuovo da acquistare in una lista della spesa infinita. Il bisogno di bisogni rosicchia quotidianamente terreno e la chiave di volta per la felicità sembra essere una: shopping.

Lo shopping, ossia la scelta di un prodotto rispetto a un altro, a detta di Bauman, viene fatto anche tra esseri umani. Le relazioni sono diventate liquide, labili e si preferisce cambiare o cancellare qualcuno dalla nostra vita se non ci va più a genio. Basti pensare alla possibilità di “cancellare” con un click un amico su facebook.

Con i social network e la tecnologia abbiamo diminuito le distanze fisiche ma abbiamo quadruplicato quelle emotive. Nella modernità liquida l’effimero ha la meglio sul duraturo, il per sempre è stato sotterrato dall’attimo. Custodire oggetti e persone è sinonimo di povertà e privazione, acquistare e cambiare continuamente è invece sinonimo di ricchezza.

Nella speranza di un ritorno alle origini vi invito a fare una passeggiata all’aria aperta, senza smartphone mi raccomando, e a riflettere su questo proverbio cinese citato da Bauman al termine della lectio magistralis: “Se pensi all’anno prossimo, semina il granturco. Se pensi ai prossimi dieci anni, pianta un albero. Se pensi ai prossimi cento anni, istruisci le persone”.

Il quadro che trovate nell’anteprima è un’opera dell’Architetto Danilo Rinaldi https://www.instagram.com/danilo_r2arc/